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Tra il XV e il XVI secolo gli Inca governarono il più grande impero dell’America precolombiana. Lo chiamavano Tawantinsuyu, “le quattro parti unite”, e si estendeva per oltre 4.000 km lungo le Ande, dall’attuale Ecuador fino al Cile centrale. La capitale era Cusco, considerata l’”ombelico del mondo”.
Per gli Inca la religione non era separata dalla politica, dall’agricoltura o dalla vita quotidiana. Tutto era sacro: il sovrano, la terra, le montagne, le sorgenti, i morti. Capire la loro religione significa capire come funzionava l’intero impero.
Gli Inca non conoscevano la scrittura alfabetica. Registravano numeri e forse altre informazioni con i quipu, cordicelle annodate che ancora oggi non sappiamo decifrare del tutto. Per ricostruire la loro religione, gli storici usano quindi due tipi di fonti.
Le fonti scritte risalgono tutte a dopo la conquista spagnola (1532). Sono le cronache di spagnoli come Pedro Cieza de León, Juan de Betanzos, Cristóbal de Molina e il gesuita Bernabé Cobo, ma anche di autori andini o meticci, come l’Inca Garcilaso de la Vega e Felipe Guamán Poma de Ayala, che disegnò centinaia di scene di vita inca. Molto prezioso è il Manoscritto di Huarochirí (circa 1608), l’unico testo che raccoglie miti andini scritti in lingua quechua. Queste fonti vanno lette con spirito critico: i cronisti spagnoli guardavano gli Inca con occhi cristiani ed europei, e spesso li giudicavano.
Le fonti archeologiche sono i templi, i santuari, le offerte e le mummie ritrovati dagli archeologi. Permettono di verificare, correggere o completare ciò che dicono i testi.
La religione inca era politeista. Le divinità più importanti erano legate alle forze della natura.
Viracocha era il dio creatore. Secondo il mito, emerse dal lago Titicaca, creò il cielo, il sole, la luna e gli esseri umani, poi scomparve camminando sull’oceano. Era un dio lontano, venerato soprattutto dall’élite.
Inti, il Sole, era la divinità più visibile del culto di Stato. Il sovrano, il Sapa Inca, era considerato suo discendente, “figlio del Sole”. Per questo adorare il Sole significava anche riconoscere il potere dell’imperatore.
Mama Quilla, la Luna, sposa del Sole, regolava il calendario e proteggeva le donne.
Illapa, il dio del tuono e del fulmine, portava la pioggia: fondamentale per un popolo di agricoltori.
Pachamama, la Madre Terra, garantiva la fertilità dei campi. È la divinità che è sopravvissuta di più: ancora oggi molte comunità andine le offrono foglie di coca e bevande.
Mama Cocha, la Madre Mare, era venerata soprattutto sulla costa.
Gli Inca non cancellavano gli dei dei popoli conquistati: li inserivano nel proprio sistema religioso, spesso portando le loro statue sacre a Cusco. Era un modo per onorarli, ma anche per tenerli “in ostaggio” e controllare quei popoli.
Secondo una versione del mito, i primi Inca, Manco Capac e sua sorella-sposa Mama Ocllo, furono inviati dal Sole e uscirono dalle acque del lago Titicaca. Portavano un bastone d’oro: dove fosse affondato nel terreno, avrebbero fondato la città. Questo accadde a Cusco. Un’altra versione li fa uscire da una grotta a Pacaritambo.
Il legame con il Titicaca è importante anche per l’archeologia. Sulle sue rive sorgeva la città di Tiwanaku, fiorita secoli prima degli Inca (circa 500–1000 d.C.). Gli Inca ne ammiravano le rovine e si presentavano come eredi di quella antica civiltà. Sull’Isola del Sole, nel lago, gli archeologi hanno studiato un grande santuario inca costruito attorno a una roccia sacra, dove si credeva fosse nato il Sole.
Il grande riformatore della religione fu l’imperatore Pachacuti (metà del XV secolo). Fu lui a trasformare Cusco in una capitale monumentale e a dare al culto del Sole un ruolo centrale.
Il tempio più importante era il Coricancha, “recinto d’oro”. Secondo i cronisti, le sue pareti erano rivestite di lamine d’oro e il giardino conteneva piante e animali d’oro e d’argento. Gli spagnoli fusero quasi tutto questo metallo prezioso. Sopra il tempio costruirono il convento di Santo Domingo. Quando un forte terremoto colpì Cusco nel 1950, i muri coloniali crollarono in parte e riemersero le perfette mura inca sottostanti, fatte di blocchi incastrati senza malta. Oggi si possono visitare entrambi: un simbolo visibile dell’incontro, e dello scontro, tra due religioni.
Un concetto chiave della religione andina è la huaca: qualsiasi cosa che contenga una forza sacra. Poteva essere una montagna, una sorgente, una pietra dalla forma strana, una grotta, un tempio o una mummia.
Le montagne più alte erano gli apu, spiriti protettori che controllavano l’acqua e il clima.
Attorno a Cusco le huaca erano organizzate in un sistema preciso. Bernabé Cobo descrive 41 linee immaginarie, dette ceque, che partivano dal Coricancha e si irradiavano come i raggi di una ruota. Lungo di esse erano disposte circa 328 huaca, ciascuna affidata a un gruppo familiare che doveva curarne il culto. Gli studi dell’antropologo R. Tom Zuidema e di vari archeologi hanno mostrato che questo sistema serviva anche a organizzare l’acqua per l’irrigazione, la società e il calendario.
Gli Inca veneravano i propri morti. I sovrani defunti venivano mummificati e le loro mummie, chiamate mallqui, continuavano a “vivere”: possedevano palazzi e terre, venivano vestite, nutrite, consultate e portate in processione nelle feste. Ogni imperatore morto aveva una famiglia, la panaca, che si occupava di lui.
Nel 1559 il funzionario spagnolo Polo de Ondegardo cercò e trovò alcune di queste mummie reali, che vennero trasferite a Lima. Da allora se ne sono perse le tracce: gli archeologi le cercano ancora oggi.
Il culto era gestito da una gerarchia di sacerdoti. Il sommo sacerdote del Sole, il Villac Umu, era di solito un parente stretto dell’imperatore.
Un ruolo importante avevano le aclla, “donne scelte”. Erano ragazze selezionate in tutto l’impero e vivevano in edifici speciali, gli acllahuasi. Tessevano i tessuti più pregiati, preparavano la chicha (birra di mais) per le cerimonie, e alcune erano consacrate al Sole. Altre venivano date in sposa a nobili come ricompensa dall’imperatore.
I riti inca prevedevano spesso delle offerte: chicha versata sulla terra, foglie di coca, tessuti preziosi, figurine d’oro, d’argento e di conchiglia spondylus. Questa conchiglia rossa arrivava dalle coste dell’Ecuador ed era considerata un cibo degli dei, legato all’acqua e alla fertilità. Si sacrificavano anche animali, soprattutto lama e porcellini d’India (cuy).
Il calendario era scandito da grandi feste:
Inti Raymi, la festa del Sole, al solstizio di giugno (in inverno, nell’emisfero australe), quando si chiedeva al Sole di tornare a scaldare la terra.
Capac Raymi, al solstizio di dicembre, la festa più solenne, durante la quale i giovani nobili venivano iniziati all’età adulta.
Citua, verso agosto-settembre, un rito di purificazione per cacciare le malattie dalla città all’inizio della stagione delle piogge.
Molti siti archeologici mostrano l’attenzione degli Inca per il cielo. A Machu Picchu, costruita probabilmente come residenza per Pachacuti e resa nota al mondo dall’esploratore Hiram Bingham nel 1911, il Torreón ha una finestra allineata con il sorgere del sole al solstizio di giugno. La pietra scolpita chiamata Intihuatana aveva probabilmente una funzione rituale e astronomica.
Il rito più impressionante, e più documentato dall’archeologia, è la capacocha. In occasioni eccezionali, come la morte o l’incoronazione di un imperatore o una grave calamità, alcuni bambini e ragazzi venivano scelti in tutto l’impero, portati a Cusco per grandi cerimonie e poi accompagnati sulle cime delle montagne sacre, dove venivano sacrificati. Per gli Inca non era una punizione: i bambini diventavano messaggeri presso gli dei e protettori delle loro comunità. Per le loro famiglie era un onore, anche se oggi per noi è difficile comprenderlo.
Il freddo estremo delle vette ha conservato i loro corpi in modo straordinario:
Nel 1995, sul vulcano Ampato in Perù, l’archeologo Johan Reinhard e l’alpinista Miguel Zárate trovarono la cosiddetta “Mummia Juanita”, una ragazza di circa 13–15 anni. Oggi è conservata al Museo Santuarios Andinos di Arequipa.
Nel 1999, sul vulcano Llullaillaco, tra Argentina e Cile, a oltre 6.700 metri di quota, Reinhard e l’archeologa Constanza Ceruti trovarono tre bambini in condizioni eccezionali, con i loro vestiti e le offerte d’oro, argento e spondylus. Sono esposti al Museo di Archeologia d’Alta Montagna di Salta.
Le analisi scientifiche sui capelli di questi bambini, pubblicate nel 2013, hanno mostrato che nei mesi prima della morte la loro alimentazione era cambiata (più mais e carne, cibi “da élite”) e che avevano assunto coca e chicha, probabilmente anche per calmarli nell’ultimo viaggio. È un esempio di come l’archeologia moderna, con la chimica e la medicina, possa “leggere” la storia scritta nei corpi.
Con l’arrivo di Francisco Pizarro (1532) e la caduta dell’impero, i missionari cercarono di convertire gli abitanti al cristianesimo. Tra la fine del Cinquecento e il Seicento furono organizzate le campagne di “estirpazione dell’idolatria”: le huaca venivano distrutte, le mummie bruciate e i sacerdoti andini puniti. Negli anni ‘60 del Cinquecento nacque anche un movimento di resistenza religiosa, il Taki Onqoy (“malattia della danza”), che annunciava il ritorno delle huaca e la cacciata degli spagnoli.
La religione andina però non scomparve del tutto. Si mescolò con il cristianesimo in un processo chiamato sincretismo. La Vergine Maria fu spesso associata alla Pachamama, e ancora oggi si fanno offerte alla Madre Terra. Il pellegrinaggio di Qoyllur Rit’i, sui ghiacciai vicino a Cusco, unisce il culto di Cristo a quello degli apu. Dal 1944 l’Inti Raymi viene rievocato ogni 24 giugno nella fortezza di Sacsayhuamán, sopra Cusco, come grande festa dell’identità andina.